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Conoscere le Dolomiti

Un territorio unico

La Grande Guerra

 

”Sono rimasti in pochi, anzi, pochissimi i nonni ormai quasi centenni che da bambini hanno vissuto il dramma della Grande Guerra sul fronte dolomitico. Si conservano però numerosi diari e racconti, testimonianze registrate e trascritte dei loro genitori, i nostri bisnonni, che sono stati costretti a combatterla la prima guerra mondiale, giunta come un destino fatale,...” (Oskar Irsara)

 

La prima guerra mondiale, infatti, fu così diversa dalle altre, così grande per l’impiego di mezzi e soprattutto di uomini, che nessuno avrebbe potuto immaginarla prima che accadesse: segnò l’esistenza di ogni combattente, profugo, prigioniero come un evento unico, gravido di conseguenze, ma difficile da raccontarsi proprio per la sua straordinarietà. Nelle valli dolomitiche la Grande Guerra, come un turbine di vento, ha sradicato, travolto e cambiato tutto: montagne, boschi, paesi e genti. (L. Palla)

 

Per le valli ladine, trentine e tirolesi, appartenenti all’Austria-Ungheria, la guerra iniziò già nell’agosto del 1914, un mese dopo l’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono asburgico. Gli uomini dai 21 ai 42 anni furono richiamati entro breve tempo e partirono verso il fronte con la convinzione di tornare a casa sani e salvi dopo una velocissima campagna contro la Serbia. Tra loro c’erano, inquadrati nei “Kaiserjäger”, molti soldati delle valli ladine che furono mandati in Galizia, sul fronte russo, e nei Balcani. Contrariamente alle previsioni, ancor prima del mese di dicembre 1914, l’esercito austro-ungarico aveva perso quasi la metà dei suoi effettivi, molti altri perirono successivamente: su quel fronte tristemente famoso per l’alto numero di vittime che mieté, gli austro-ungarici furono praticamente decimati.

 

Soldati

Nel frattempo in Italia prevalse la volontà degli “interventisti”, decisi a “liberare” Trento e Trieste dal “giogo” austriaco. Il 23 maggio 1915, dopo aver aderito al patto di Londra e disdetto l’alleanza con gli imperi centrali, l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria. Per quest’ultima si apriva così un nuovo fronte a Sud-Ovest, dal Passo dello Stelvio al confine carinziano, proprio nel momento in cui le sue truppe erano impegnate a contrastare l’avanzata russa. A causa della carenza di uomini disponibili, il compito di fermare il nemico fu affidato agli “Standschützen”, tiratori scelti di antica tradizione nel Tirolo, ma senza alcun addestramento militare, e per di più solo ragazzini e anziani, perché le classi di mezzo erano già arruolate nell’esercito regolare.

 

Tra tutti furono gli uomini di Ampezzo e Colle S. Lucia quelli che più a malincuore lasciarono le loro case e le loro famiglie per ritirarsi in posizioni vantaggiose sulle montagne, dove sarebbe stato più facile affrontare l’armata italiana. Sapevano che la difesa della conca d’Ampezzo e di Colle S. Lucia, aperte verso sud, sarebbe stata impossibile e che di lì a poco l’esercito italiano avrebbe occupato i loro paesi. La valle di Livinallongo, invece, attraversata dalla linea del fronte, fu completamente evacuata. Portando con sè lo stretto necessario, molte donne, vecchi e bambini fodomi partirono verso l’ignoto, giungendo fino in Boemia, mentre gli uomini in grado di combattere rimasero a difendere la patria.

 

Corvara WWI

Gli “Schützen” di Livinallongo e Ampezzo che furono inquadrati nella 4a compagnia del Battaglione Enneberg sotto il comando del maggiore Franz Kostner di Corvara, insieme agli Standschützen della Val Badia (2a e 3a compagnia) e a quelli di Brunico (1a compagnia)
vennero dislocati sul fronte dal Passo Pordoi a Travenanzes, fino a quando, qualche mese dopo, il “Deutsches Alpenkorps” giunse in loro aiuto. La maggior parte degli Schützen ladini fu poi concentrata sul fronte del Col di Lana, fino alla rotta di Caporetto.

 

Il confine militare austriaco sulle Dolomiti collegava ad anfiteatro le cime delle montagne: si estendeva dal Lagorai ai Monzoni, dalla Marmolada e dal Padon al Col di Lana e al Settsass, dal Lagazuoi alle Tofane. Intervallavano tale linea naturale di difesa vecchie fortificazioni – come il forte di Corte e la tagliata di Ruaz nella valle del Cordevole e il forte Tra i Sassi sul Passo Valparola – che avevano però perso gran parte del loro valore bellico. Le forti lacune della difesa austriaca avrebbe certamente permesso all’esercito italiano di superare abbastanza facilmente i valichi dolomitici per conquistare il territorio fino al Brennero, ma il generale Cadorna prevedeva di giungere entro breve alla battaglia decisiva sull’Isonzo. Il fronte tirolese doveva quindi avere un’importanza secondaria, motivo per cui gli italiani tardarono ad avanzare. Ciò diede agli Schützen il tempo necessario per rafforzare i confini. 

 

Il 29 maggio 1915 l’esercito italiano occupò senza colpo ferire Cortina d’Ampezzo e Colle S. Lucia, ma già l’8 giugno fallì il primo grande attacco contro Son Pouses, sulle montagne di Cortina. Il 5 luglio la 4a Armata venne predisposta per la grande offensiva dal Col di Lana alle Tofane iniziata due giorni più tardi.L’azione contro il Col di Lana si arrestò il 17 luglio senza aver ottenuto grossi risultati: svanì così ogni speranza di avanzare velocemente e iniziò una guerra di posizione lenta, estenuante, che nemmeno lo scoppio di numerose mine da parte sia italiana che austriaca servì a movimentare. La notte tra il 17 e il 18 aprile 1916 fu fatta saltare la cima del Col di Lana, il 16 luglio dello stesso anno il Castelletto, sempre per azione italiana, gli austriaci a loro volta fecero brillare parecchie mine sul Lagazuoi, per scacciare gli italiani abbarbicati sulla Cengia Martini. Nulla però giovò a decidere le sorti della guerra, nemmeno la famosa spedizione punitiva austriaca del maggio 1916 (Strafexpedition) nel Trentino.

 Cimitero di guerra Valparola


Se le battaglie più feroci furono combattute sul Col di Lana, che rappresentava per la sua posizione strategica uno dei più seri ostacoli all’avanzata italiana in Val Cordevole, e quindi in Val Badia e in Val Gardena, l’inverno tra il 1916 e il 1917 rappresentò il periodo più difficile (video), per la fame che i soldati e la popolazione civile iniziavano a soffrire, ma anche per le insistenti precipitazioni nevose che causarono più di 10.000 morti, o per il freddo o sepolti dalle valanghe. Per difendersi da simili calamità naturali e dal fuoco nemico gli austriaci, guidati dall’ingegnere Leo Handl, scavarono nel ghiacciaio della Marmolada, a oltre 3.000 m di quota, chilometri e chilometri di cunicoli e gallerie: sorse una vera e propria “città nel ghiaccio”. Tutti questi sforzi sovrumani, però, non portarono ad alcuna svolta.

 WWI Tomba


Nell’ottobre 1917 si giunse all’offensiva di Caporetto che provocò la ritirata italiana fino al Piave. Le montagne dolomitiche divennero libere dalla guerra, che si spostava più a Sud, intorno al massiccio del Grappa.

Nell’ottobre 1918 la disgregazione della monarchia asburgica era ormai prossima: la fame, la carenza di mezzi, lo scoramento dei soldati si univano alla definitiva crisi dell’esercito multinazionale. Il mattino del 29 ottobre iniziò l’avanzata italiana e in serata una colonna di cavalleria entrò in Vittorio Veneto. Il Comando supremo austriaco dovette accettare le condizioni dell’armistizio, firmato il 3 novembre 1918.

 

”Nella memorialistica le Dolomiti assursero a mito, non solo per il sangue che vi si sparse, ma per la caratteristica della guerra di alta montagna, che non contrapponeva anonimamente esercito ed esercito come nelle pianure sul fronte russo, ma uomo a uomo, evidenziandone il valore, premiando il gesto individuale.
D’altro canto, l’alta montagna, l’inattività a cui i soldati erano costretti dalle condizioni estreme e dai rigori invernali, lasciava anche il tempo di studiare l’avversario, il quale, durante le pause tra un combattimento e l’altro, assumeva talvolta un volto umano: sono ormai entrate nella leggenda le conversazioni tra “nemici”, gli scambi di sigarette e le lettere, gli auguri di Natale.” (L. Palla)

 

Questo mito della guerra alpina non deve però sminuire la drammaticità e l’assurdità di quella guerra di posizione che mieté innumerevoli vittime dall’una e dall’altra parte.

 

La lingua ladina

 

"Danter nos baiunse ladin, deache chësc é nosc lingaz dla uma. Mo val’ iade ti dunse ince a nüsc ghesc' le bëgnodü por ladin."

 

Queste frasi, il cui significato può certamente essere intuito, sono scritte in lingua ladina e tradotte letteralmente significano: “Tra di noi parliamo in ladino, poiché è questa la nostra lingua materna. Qualche volta, però, diamo il benvenuto in ladino anche ai nostri ospiti!” La lingua materna degli abitanti della Val Badia, ma anche delle vicine valli Gardena, Fassa, Livinallongo e Ampezzo, infatti, è il ladino. Per motivi storici, linguistici e culturali le cinque valli rappresentano un’area di transizione tra il mondo tedesco tirolese e quello italiano trentino-veneto.

 

Nelle quattro valli che si dipartono dal Gruppo del Sella – Val Badia, Val Gardena, Val di Fassa, Livinallongo – e in Ampezzo risiedono oggi all’incirca 35.000 persone, la maggior parte delle quali è di madrelingua ladina. La lingua è l’elemento principale che rende legittima la pretesa dei ladini storici di rappresentare un gruppo etnico-linguistico a sé stante.

 

Alunni 1940

Da dove viene il ladino?

Qualcuno potrebbe interrogarsi sulle origini della lingua ladina e anche chiedendo ai ladini stessi potrebbe ottenere risposte non sempre attendibili. Ci preme quindi fornire anche attraverso il nostro sito un’informazione a riguardo.

 

Nonostante le sue origini antiche, il riconoscimento a livello scientifico del ladino risale soltanto alla seconda metà dell’Ottocento. Alcuni studiosi si accorsero della sua esistenza in tre diverse isole linguistiche: nei Grigioni in Svizzera, nelle Dolomiti e in Friuli. I glottologi notarono che la lingua ladina conserva numerosi tratti del latino popolare regionale affermatosi in modo alquanto uniforme, oltre che nella Pianura Padana, anche nelle tre provincie romane Venetia et Histria, Raetia e Noricum. Essa, infatti, mantiene tracce fonologiche e lessicali di sostrato delle parlate retiche e noriche, ma anche celtismi in senso stretto. Parole ancora in uso e risalenti a età precedenti alla romanizzazione e quindi alla nascita del ladino, come ad esempio baràntl (pino mugo), brama (panna), ciamùrc (camoscio), cìer (pino cembro), crëp (roccia), dàscia (frasca d’abete), dlasena (mirtillo nero), nìda (siero del burro), ròa (frana ghiaiosa), aisciöda(primavera), definiscono elementi caratteristici della montagna per i quali il latino popolare probabilmente non offriva valide definizioni. La lingua ladina, venata in alcune zone di tratti celtici e in altre di tratti prelatini alpini, è la continuazione diretta del latino volgare regionale risalente all’epoca imperiale romana.

 Abbecedario Ladino


Il primo studioso a dimostrare l’affinità linguistica delle tre isole “ladine” o “retoromanze” fu l’italiano Graziadio Isaia Ascoli. Egli teorizzò l’esistenza, in epoca romana, di un’unità linguistica senza soluzione di continuità che comprendeva tutto l’arco alpino (dal Danubio a nord, al Lago di Garda a sud, dal Passo San Gottardo in Svizzera a ovest, fino a Trieste a est). Questa unità originaria viene oggi confermata dalla toponomastica che è notoriamente la parte più conservativa della lingua. Infatti, numerosi nomi di luoghi dei Grigioni svizzeri, delle Dolomiti e del Friuli coincidono, mentre la loro origine latina indica la capillarità e l’estensione della romanizzazione.

 

Le varianti idiomatiche della lingua ladina

L’area ladina dolomitica, così come i Grigioni, presenta una sua articolazione linguistica interna. Il ladino parlato in Val Badia è costituito dalle varianti badiot nell’alta valle, ladin de mesaval nel comune di San Martino, e marô a Marebbe. In Val Gardena esiste invece un unico idioma, il gherdëina. Come la Val Badia, anche la Val di Fassa presenta tre diverse varianti idiomatiche: il cazet nella parte alta della valle, il brach in quella centrale (da Soraga a Mazzin), mentre l’idioma della località di Moena è chiamato moenat. Nella valle di Livinallongo si parla il fodom (o livinallese), mentre a Cortina d’Ampezzo si parla l’anpezan.

 

Il ladino presenta oggi in tutte le sue varianti idiomatiche tracce derivanti dai lunghi contatti economico-culturali con le due aree circostanti e linguisticamente diverse. Vi sono infatti molti elementi derivanti dalle parlate italiane settentrionali, così come restano tracce della parlata bavarese del periodo medievale e del tedescoassimilato in età moderna.

 Ladin signs Dolomites


A fianco del ladino, nelle valli dolomitiche si sono definitivamente attestati sia l’italiano che il tedesco. Il monolinguismo, che un tempo era largamente diffuso tra la popolazione, è praticamente scomparso.

 

Gli sviluppi storico-sociali, la posizione tra due aree linguisticamente e culturalmente distinte (quella italiana e quella tedesca), così come l’intenso sviluppo dell’economia turistica degli ultimi tempi, hanno costretto i ladini a diventare plurilingui. I mass media, ma anche i milioni di turisti che periodicamente invadono le Dolomiti, esigono una certa flessibilità linguistica, acquisita dai ladini grazie anche ad un particolare ordinamento scolastico. Nonostante la capacità di esprimersi discretamente sia in italiano che in tedesco, è comunque curioso notare come soprattutto le persone anziane riescano a superare ogni loro imbarazzo soltanto quando possono esprimersi nella propria lingua materna. In tante situazioni analoghe emerge l’attaccamento costante e indiscutibile dei ladini alla propria lingua e alla propria identità. (W. Pescosta)

 

 

 

Miti, leggende e racconti popolari

 

" 'An cunta che...' è il titolo di un libro di scuola per i bambini delle elementari che tutti ricordano, perché racconta storie e leggende di personaggi vissuti in tempi lontani e che proprio per questo stimolano la fantasia dei piccoli e grandi lettori." (Igor Tavella)

 

Tra gli elementi che caratterizzano le montagne dolomitiche, ci sono infatti numerosi racconti e leggende endemiche, che narrano di un regno remoto, quello dei Fanes, di principi e principesse e delle loro alleanze con il popolo delle marmotte: Luianta, Dolasìla, Ey de Net e Spina de Mul sono soltanto alcune delle figure delle leggende dolomitiche, che si distinguono dai più comuni salvàns o dalle ganes, uomini della selva e donne dell’acqua, aguane, oltre i confini degli abitati, ma che comunque interagivano, timidamente, con la popolazione delle valli ladine. Sia i salvàns sia le ganes sono i protagonisti positivi dei racconti popolari ladini a differenza degli orchi e delle streghe, puntuale capro espiatorio di ogni male.

 

In alcuni noti racconti popolari, tramandati di generazione in generazione, i protagonisti sono personaggi storici realmente vissuti, come ad esempio il Gran Bracun, soprannome del nobile Wilhelm Brach, assurto agli onori della cronaca per le sue azioni stravaganti e fuori dal comune.

 

I miti ladini, le leggende e i racconti popolari, che sono sopravvissuti nelle valli dolomitiche grazie ad una prolungata oralità, rispecchiano la lunga storia mai scritta della popolazione dolomitica,offrendo uno spiraglio per tornare indietro nel tempo e scoprirne l’identità, ma anche uno spunto per cercare e trovare i luoghi, protagonisti anch’essi delle leggende.

 Dolasila


Una delle più note leggende, narra di un antico regno, dove le montagne erano nere e scure come tutte le Alpi, ma il giovane principe aveva sposato la figlia della luna, una fanciulla di bellezza delicata e di animo gentile che rischiava di morire di nostalgia per la sua patria splendente di luce argentea. Allora il principe, disperato e deciso a salvare a tutti i costi l’amata sposa, strinse un patto con i salvàns, i saggi primigeni che conoscono tutti i misteri della natura: avrebbe dato alla loro stirpe perenne rifugio nei boschi e nelle alture del suo regno, in cambio di un sortilegio che rivestisse tutte le cime di pallida luce lunare, in modo da preparare alla principessa un paesaggio adeguato. E così avvenne. In una sola notte i salvàns filarono i raggi della luna, tessero una fitta rete di luce e fili d’argento, e rivestirono l’intero regno del tenue pallore della luna. L’antico regno è scomparso da tempo. Ciò nonostante si sente tutt’oggi, nei boschi e sulle praterie d’altura, la misteriosa presenza dei salvàns e le cime risplendono nel bianco chiarore della luna. La gente li chiama Monti Pallidi.

 

Questa leggenda è curiosa e non trova alcun riscontro nei racconti eziologici limitrofi. Eppure la nostalgia della principessa sembra rimasta impressa nei monti e una maggia struggente emana dalle vette luminose. È un paesaggio lunare,onirico, un paesaggio dell’anima che custodisce gli echi di un mondo lontano nel tempo, quando il gesto del mito generò l’origine e nacque il regno dei Fanes, fondato da una fanciulla-marmotta e portato al massimo splendore dalla principessa Dolasìla, l’enigmatica guerriera vestita d’argento e di candida pelliccia bianca, l’arco argenteo in mano da cui scoccarono le terribili frecce infallibili, ricavate dalle argentee canne lacustri di un lago fatato – tutto è sogno e simbolo, arcana sorte, muto destino (U. Kindl, Miti ladini delle Dolomiti).

Re del Fanes


Già da queste poche righe si può intuire il fascino dei miti e delle leggende dolomitiche, da leggere e ascoltare, per farsi trasportare nella tradizione immaginaria della gente ladina.

Il team di Holimites non vuole però offrirvi una raccolta di leggende o testi narrativi che le illustrano splendidamente, cosa che potete trovare in ogni buona libreria, ma vi mette a disposizione guide esperte che durante il vostro soggiorno vi porteranno nei luoghi in cui hanno avuto origine le leggende, raccontandovi dei personaggi che sono al centro di quest’antichissima poesia, vero tesoro culturale delle Dolomiti.

 

Per approfondire:

Pubblicazioni consigliate:

 

Tradizioni e usanze

 

”Bun dé y bun ann, Chël Bel Dî se lasces vire tröc agn, cun ligrëza y sanité, fortüna y benedisciun, sön chësc monn döt le bun, y ia en l’ater monn le paraîsc. Le bun dé a os y la bambona a mé!”


Questa breve filastrocca, recitata il primo dell’anno dai bambini della Val Badia che vanno di casa in casa ad augurare “felicità e buona salute, fortuna e benedizione” per l’anno nuovo, ricevendo in cambio qualche dolce o piccolo dono, fa parte delle numerose tradizioni ladine di un tempo, che un po’ alla volta stanno sbiadendo. Molte tradizioni e usanze, infatti, non vengono più curate come una volta, a causa dei mutamenti delle strutture socio-economiche: le tradizioni erano strettamente legate alla vita e al lavoro dei contadini che nelle valli dolomitiche sono ormai diventati una “specie” in via d’estinzione. Soprattutto a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, l’agricoltura, la pastorizia e l’allevamento di bestiame hanno lasciato sempre più ilposto al turismo e nel “mondo moderno” d’oggi è rimasto ben poco spazio per le usanze, i costumi e le tradizioni ereditate dagli antenati.

 Santa Maria dai Ciüf


Una volta, invece, le cerimonie religiose, le celebrazioni laiche e le sagre paesane erano occasioni importanti per avvicendare il ritmo monotono e rigoroso della vita di tutti i giorni. Le tradizioni arricchivano la vita, caratterizzavano le festività ed erano un mezzo di intrattenimento per ogni comunità paesana.


Molte tradizioni e usanze erano legate agli avvenimenti più importanti della vita (la nascita, il battesimo, le nozze e la morte), alle stagioni, ma anche alle diverse attività contadine della fienagione (la raccolta del fieno e dei cereali, la gramola del lino o la trebbiatura) oppure al corteggiamento delle ragazze. I giovani, infatti, inparticolari ricorrenze andavano “a vila”. Dopo i primi timidi approcci nei giorni festivi, dopo messa all’uscita dalla chiesa, essi aspettavano con ansia l’occasione per recarsi in gruppo nelle case dove c’erano le ragazze più carine per cantare, ballare e far festa in soggiorno, sotto gli occhi sempre vigili dei genitori che non li lasciavano mai da soli. In tali occasioni i giovani pretendenti chiedevano alle fanciulle dei “pegni simbolici”, per sapere se i sentimenti nei loro confronti erano ricambiati o meno.

Re magi


A Santo Stefano (26 dicembre) i giovanotti della Val Badia, ad esempio, ordinavano per il giorno dell’Epifania un dolce formato da due cuori avvinti da un nastro rosso. Più tardi al posto del dolce le ragazze iniziarono a preparare una composizione di fiori che i ragazzi si appuntavano sul cappello. Accettando questa “ordinazione” la ragazza lasciava intendere che l’interesse era reciproco. Allo stesso modo, il giorno di San Giuseppe (19 marzo), i giovani si recavano dalle ragazze, per ordinare delle uova colorate, che poi sarebbero andati a ritirare il Lunedì di Pasqua. L’uovo sodo più bello veniva consegnato al giovane che aveva conquistato l’interesse della ragazza, al prescelto andavano tre o sei uova e anche altri doni, al pretendenterifiutato andava invece un uovo con impresso un versetto di diniego. Quando un giovane e una fanciulla si fidanzavano, dovevano attenersi a delle ferree regole di condotta e sposarsi quanto prima, poiché il periodo di fidanzamento non era visto di buon occhio né dai genitori e tanto meno dalla Chiesa. Bisognava quindi chiedere ai genitori la mano della figlia, invitare famigliari e amici e indossare gli abiti secondo la tradizione.

 Parada da noza


Sarebbero ancora molte le scadenze calendariali, i simbolismi e le pratiche rituali, che caratterizzano un patrimonio antropologico degli alpigiani ladini di straordinaria importanza, per i quali però, per motivi di spazio, si rinvia ai siti e alle pubblicazioni sotto elencate. Qui ci limitiamo a presentare alcune delle consuetudini e usanze che ancora si conservano e che i ritmi della modernità e il benessere economico e materiale portato dall’industria turistica non hanno ancora spazzato via, grazie anche all’impegno di numerose unioni e associazioni culturali.

 

Ciora Müla

La “sarada”

Tra le usanze legate al matrimonio compare la “sarada” o “sief”: lungo il tragitto verso la chiesa, amici o conoscenti degli sposi organizzano uno o più sbarramenti, la cosiddetta “sarada”, costringendo il corteo nuziale a fermarsi. Vengono quindi inscenati momenti di vita degli sposi che mettono in risalto le loro pecche. Per poter proseguire, il “mënanovicia”, cioè il testimone della sposa, deve pagare un pedaggio in denaro agli attori.

 

La “ciora müla”

Ancora oggi amici e conoscenti degli sposi il giorno del matrimonio usano vendere, in segno di scherno, la “ciora müla” al “möt vedl” (scapolo) o alla “möta vedla” (zitella), ovvero al fratello o alla sorella maggiore non ancora sposati degli sposi. Solitamente è una capra di legno, di stoffa o di paglia, a volte però è una capra in carne e ossa.

San Micura 


San Micurà

Il giorno di San Niccolò, che cade il 5 dicembre, prima di andare a letto, i bambini attendono con ansia la visita del Santo, solitamente accompagnato da due angeli e da una schiera di diavoli. Andando di casa in casa “San Micurà” (San Niccolò) ammonisce i bambini disubbidienti che combinano marachelle ed elogia quelli buoni che si comportano bene. Ai primi dona una verga, ai secondi sacchetti con dolci, noci e mandarini.

 

  • Pubblicazioni consigliate:
    • Marco Forni, Cultura e tradizioni, in: Piccolo atlante ladino. Geografia, lingua, storia, cultura, arte, sociale, economia dei ladini dolomitici, a cura di Mauro Marcantoni, Edizioni Iasa, 2006
    • Marco Forni, Momenti di vita. Mumënc de vita. Passato narrato, presente vissuto nelle valli ladino-dolomitiche, Istituto Ladino “Micurà de Rü”, 2007
    • Marco Forni, Liotto Silvia, Viac tla Ladinia, Istituto Ladino “Micurà de Rü”, 2008
    • Lois Trebo, Zacan tla Val Badia, Uniun di Ladins dla Val Badia, 1992

 

 

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